Eccco….

 

Ecco, arriva,
dal fondo della strada
vento che screpola la faccia.

Affonda
su forme immobili
nei segmenti di pioggia e luce:
riverberi nel respiro dei lampioni, vapori
come fiato di bocche ansiose, nell’aria
che impalpabile vive.

Ecco, ora,
il vento e’ cessato: non piu’ fiori,
tanti ne sono caduti.

La polvere stessa ne porta il profumo.

Ecco, la sera,
troppo stanco per riposare. Labbra,
sedute sulla sponda del letto,
labbra che sputano un sorriso:
filo di seta a lungo mordicchiato.
Fantasie nella stanza chiusa,
spazi del buio nel profumo di donna.

Ecco, le cose sono li’
e un uomo non e’ piu’.
Vorrei parlare, ma le lacrime
precedono le mie parole.

Outrage

Filastrocca per Outrage

Corri Outrage, corri nel vento
quando l’aratro ti sventra dentro.
Dall’alba chino fino al tramonto
un peso dentro senza confronto.
Lunghi quei giorni senza parlare
quanti ricordi da spigolare
sopra i tuoi campi quanto dolore
l’anima spoglia gronda sudore.
Cosa rimane di un’anima inquieta
senza quel sogno che la completa?
Oh se potesse ferirsi il petto
sciogliersi in terra, putrido e infetto
come l’aratro gira le zolle
coprir di terra quel sogno folle.
Corri Outrage, corri sui prati
le mani e i piedi sempre legati
lascia il tuo sogno sopra la sabbia
e mille granelli della tua rabbia.
Urla quel grido racchiuso in gola
libera l’urlo dalla tagliola.

Nessuno ascolta, nessuno sente
del tuo tormento non frega niente
le mani coprono a coppa il volto
tu ci credevi, povero stolto
e lento un pianto sul viso scorre
parole mute da riproporre.
Triste il suo cuore, piange rugiada
fiorisce il giglio lungo la strada
un altro giorno ocra e cobalto
ancora piedi sopra l’asfalto
lo zaino in spalla…dentro la vita
la senti fremere fra le tue dita.
Corri Outrage, riprendi il volo
e non sarai per sempre solo
il desiderio c’hai stretto al cuore
colora il sangue del tuo livore.
Vivi i tuoi sogni, fallo di sera
lucciole e stelle a far da chimera
porta i tuoi passi lungo la notte
pensieri e lacrime che il giorno inghiotte.

Outrage

Domine non sum dignus…

Cammino assorto
nei rifiuti di una morta estate,
in questo luogo che non ha memoria
da me procedo…in me finirà
lo scheletro di una foglia di faggio.

……….Domine non sum dignus…

Il tempo non guarisce, anestetizza
le chiome nella prima luce,
parole da logiche diverse
muti testimoni di un dilemma morale.

……….Ora se vieni è solo per fuggire,
……….per ingannarti che si può resistere.

Nitido contro l’alba quest’ultimo tepore
un respiro sulla fronte
un bisbiglio indistinto
sfiorando un brivido di freddo sudore nei merletti
della brina sui vetri.
Luci ed ombre di un marmo scolpito,
a luci spente
un’imboscata fatta di sospiri.

……….Domine non sum dignus…

Da quali oscuri nodi, la fantasia
stringeva quelle braccia tese,
le parole affidate alle nostre dita,
il tempo necessario,
spazzolando col dorso della mano
briciole dell’immaginario,
ultime lame del sole ondulanti sulle coperte.

……….Domine non sum dignus…

Un altro tempo, un altro spazio,
tendaggi evanescenti della bruma,
un tessuto del reale,
simulacro deforme accartocciato su se stesso
come l’ esile foglia del faggio.

……….Ora che vieni, è solo per fuggire,
……….per ingannarmi che si può resistere.

Resta un mosaico d’ombre
nella nebbia che dissolve
foglie bagnate e pendule,

……….un lento sgocciolar via dell’estate.

Outrage

E’ caduta la pioggia

Lascia stare!
Se tu non sei, io più non sono.

In fondo alla via,
brevi pieghe nel vano muoversi dei giorni.
Quel che vedi non ha angoli,
solo brividi,
una luce che fende i ricordi.

La notte ha portato la pioggia;
sul mio sogno di ieri un grido d’angoscia.

Quel canto atteso invano,
un fruscio d’erba senza pace,
la carezza ai fiori che incendiavano i prati.
L’ avvicinarsi delle labbra,
un sorriso rimasto come un pegno,
appeso ai lacci delle scarpe e,
il peso di un respiro di fiducia,
quel cielo immobile nello scorrere dell’acqua
appena ieri,
sul viso nascosto dietro ai vetri.

Labbra serrate su di me,
come pietra
il seme abbandonato fra le zolle.
In un tratto di matita la speranza riposta,
l’impaccio dell’inchiostro a segnarne la via.

E la mente, incerta, all’altare della resa.

E’ un genio ingordo il lento incedere della risacca.

Strade bianche,
binari non divelti celati dagli sterpi,
fuori dalle mappe già percorse,
l’erba che ne segna il tracciato.
L’illusione che esce dall’ignoto, al buio
la testa indietro rovesciata,
il cielo dentro gli occhi
al cader delle stelle.
Il suono penetrante dell’impatto
l’esplosione di ricordi e radici, nel silenzio,
di sale e sudore
quella luce offuscata da un senso d’impotenza..

Una vita non vissuta,
solo questo cercare,
le ceneri di un sole al tramonto.

Ancora dentro,
l’ ombra satura di ricordi;
terre senza fine,
terre vuote in bilico su altre terre,

l’impazienza dell’anima nell’errare dei passi.

In quel che non cambia,
i silenzi di mondi interiori,
dita bianche sull’orlo delle labbra,

nascosti i sorrisi,
a denti stretti
il crepuscolo delle parole.

Torneranno le nebbie d’autunno,
il gemito del vento che solleva i miei versi.
In quei passi a ritroso
lungo fossi coperti da ginestre
l’inganno dell’età, e la morte del giglio.

E’ caduta la pioggia stanotte,
di nuovo rami spogli,
acqua stagnante nella mia voce.
Il limite dell’orizzonte vicino alla porta.
Senza un sorriso le parole scambiate.
Parole appena accennate, e giù in gola
un singulto
e la forza di nasconderlo.
Fantasie di filigrane in calze nere,
di seta lo spazio e il tempo
appiattito su lucida carta;
qualcosa di segreto, raccolto così,
distrattamente.

Resta il ricordo
di cose mai dimenticate,
vecchie custodie di dischi in vinile
la misura del tempo,
una realtà posata lì, sugli scaffali
l’inconscio rifugio di un disagio.

La speranza ha grandi occhi
laghi dentro boschi in autunno.
Nella pioggia che cade,
l’anima del vento su calici di labbra
premute

fra perle e melma.

Outrage

Scocca l’ora

E’ quasi l’ora
del riposo antico della luce.
Ho pianto un volto che non c’era,
lacerato il tessuto del ritorno
nel mondo delle cose che non sono
luci a intermittenza
su strade troppo corte,
inamovibili e brevi.

Giorni che scalfiscono
l’attesa remota dei silenzi
nei meriggi che nutrono
steli di ginestre, ripiegati e illusi
a definire il vuoto tra il dolore e il nulla;

mendici a ritroso
nel tempo che non vede.

C’è una musica lenta ora
che sollevi polvere e rabbia,
scagliata di nuovo sugli scogli
nel buio che muove prossimità di veglie,
strappando lacrime all’illusione
di oblio o rinascita.

Scocca l’ora
che ubriaca il tempo dei ricordi,
a decifrare un calice concluso
accovacciato nel tempo delle ore
quando la virtù ci giunge incerta
tra vigilia e sonno,
e l’angoscia lascia nubi nella mente
nell’onda senza pace.

Dio delle genti senza dio,
ci sarà mai perdono
per questa nostra solitudine?

Outrage