Quella volta

Nubi tempestose e cielo opaco
stringono al fianco la collina,
grigi di polvere i ginepri irsuti,
sembra nascosto il giorno dentro l’aria.

Oscillazione che libera l’infanzia:
piuttosto per pudore le parole
inventando l’alibi di castità perduta.

I gomiti poggiati sul cuscino.

Attimi d’amore, lassù nascosti
sotto un tetto di tarli e legno,
tegole e muri a calce viva
soffrendo l’ora mattutina.
Un mondo di emozioni scoperte,
sconosciute
conchiglie di tasche rovesciate;

indumenti in seta orientale

cianfrusaglie sparse
sul lenzuolo rammendato
..e le magliette a spegnere su in alto
la luce scura dietro ai vetri.
Nulla era vero
in quella discrezione affabile
della mano che liscia la pelle,
a rilievo la dolcezza di segni scritti
a riprender fiato
sussurrando sottovoce un nome,

prime righe della mia memoria.

Nulla era vero neppure i miei sospiri,
subito interrotti.
Quel canto iniziato come un gioco
nascosto così bene.

Sorpresa della solitudine
quella gioia così greve e velata,
sapendo di sbagliare, chiedendo
complicità
o fingere di farlo
recitando davanti a te la parte,

a bocca chiusa, come imposte
che non filtrano la luce.

Nulla era vero,
ti mordevi le mani
dolce piccola lanterna,
per non spegnere la luce nei tuoi occhi
flessibili fianchi fra le mie ginocchia,

le mani dentro i tuoi capelli.

In me tutto il coraggio
di girare la testa,
il viso di terra verniciato
consultando il tempo
di un calore prematuro,

nelle piante di viola fiorite sul balcone.

Outrage

Ho scritto…

 

Ho scritto poesie senza voce
raccogliendo parole cadute dai rami
per vedere il nulla
un compagno d’esilio.

Solo scatole
scatole vuote dentro scatole vuote
ali che abbracciavano pieghe dell’aria
la schiuma amara sulle mie labbra.
Nient’altro che polvere nelle mie mani
aprendo le dita su prati avvizziti
l’odore d’argilla come un fantasma.

Non c’era niente fra le mie braccia
solo brandelli nelle mie tasche
un’ombra grigia che spreme il silenzio
i passi ciechi verso la notte.

Le mani in testa
sempre le stesse
la stessa testa
parole d’idiota.

Il vento sulle mie spalle
la solitudine
un giglio di pelle viva
le mani fredde che mi trascinano.
Resta il canto delle sue note
il velluto del sole al tramonto
quel bagliore che muore negli occhi

di un bimbo smarrito.

Outrage

La strada

Ancora sotto i piedi seduto ad osservarla,
libertà recisa, costretto dall’inerzia
impotente nel mutare sempre uguale,
piccola nube fra oriente e occidente.

Universi antichi invariati da millenni

(come i campi arati nella valle)

ostacoli sdraiati sulla via,
strati di sabbia e rabbia,
architetture della tradizione.

I miei passi senza far rumore,
libertà mai barattata
godendo della luce che si allunga,
spalancata ad osservare il mondo,
bello come mai l’avevo visto;

una fuga che mi corre incontro.

Finestra aperta nel cuore della notte,
tenera amante quell’aria tesa e rarefatta.

Affascinato
l’ho contemplata a lungo
lasciando un letto ancora caldo,
stropicciando il sogno dentro agli occhi,
pupille accese a piedi scalzi;

la differenza fra di noi.

Occhi puntati avanti
seguendo liberi un pensiero,
libero come polvere di strada,
il rumore dell’aria strappata
alla lama del vento, che incide la pelle,
e intorno il silenzio che squarcia il mio tempo
rarefatto dai segni sul viso.

Strada sgombra d’auto e di camion,
illesa dai clacson
e giù in fondo primi raggi di radente calore,
tempo immutabile nei riflessi dell’oro,
quella luce che illumina
occhi che sanno vedere

dove altri non scorgono nulla.

Outrage

Perchè…

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Autore Outrage

Le tre di notte, ancora sveglio. Ancora pioggia sui vetri.
In piedi fumando una sigaretta, gli occhi a scrutare il buio oltre la finestra.
Sul davanzale, mozziconi di sigarette. Il trascorrere lento delle ore di veglia.
La morte dentro, un dolore sordo.
Colpa di questa maledetta testa che elabora ricordi.
Anni di continua tensione, di un lavoro logorante, di qualcosa che sfugge e non so raggiungere.
L’angoscia che sfalda i sogni e manda in crash il processore.
La consapevolezza di un tributo che dovrò pagare anche se ho sempre pagato, in prima persona.
Mai debiti morali. Forse domani, ma avrò tempo per pensarci.
Constatare che il tempo sfugge e tanto ne ho consumato. Che la mia vita non ha significato nulla, solo un senso, ora, di vergogna e disperazione.
Ci sono giorni e ci sono notti e un filo che si accorcia.
Una coperta corta e stretta, poco spazio per muoversi.
Lavorare e dormire e ancora lavorare. Non c’è tempo per pensare, non c’è tempo per vivere.
Solo la dura lotta dell’esistere. La morte dentro, la morte degli ideali, dei sogni.
Non voglio morire ancor prima di morire. Voglio solo un po’ di libertà.
La libertà che accarezza i sogni, che ti aiuta a viverli, che ti tiene per mano quando non sai a cosa afferrarti.
Senza dover pensare agli altri, ancora solo, si , ma con il vento in faccia senza programmi o mete.
Voglio solo un dolce placebo.
E’ quasi l’ora “…del riposo antico della luce..”. Lo zaino appoggiato al muro è tornato a vivere come se il tempo si fosse fermato. Qualche ruga e l’argento nei capelli non hanno cancellato il desiderio di libertà racchiuse in quel sacco.
Sarà pura follia? Come si fa a cercare qualcosa che non si vede?
Un camionista inglese conosciuto in albergo, in Ungheria dove mi trovo per lavoro, mi darà il primo strappo.
Trasporta fusti di birra Mc.Farland e ritorna a casa.
Balatonfoldvar, Zalaegerszeg, Graz, Monaco, Stoccarda, Metz, Arras, Calais, la strada che si srotola davanti.
Poi Dover, un abbraccio e le nostre strade che si dividono. L’appuntamento di nuovo qui fra 40 gg.
Saprò viverli da clochard? Con me solo 50 euro per un bisogno estremo.
Devo muovermi subito; la traversata da clandestino in mezzo ai fusti di birra mi ha atrofizzato i muscoli.
Forse è solo la tensione di un attimo in cui il pensiero è volato a casa. C’è un nodo in gola.
Lungo il molo i lampioni sono spenti, solo qualche punto di luce che si riflette sulla superficie scura delle pozzanghere.
Più avanti le tenebre. Saranno le solite? Ci sarà ancora luce al di là?
Il vento e la pioggia sferzano il buio. L’acqua, dai capelli, scende a rivoli sul viso.

Si bagneranno anche le lacrime?

O sono impermeabili,
come il dolore e la solitudine?

Hove 25/8/04 Outrage
P.S.-Solo ora la disponibilità di un computer.Un saluto agli amici,vi abbraccio tutti. Arran 5/9/04

Non fu solo…

 

Non fu solo battito d’ali
quella luce abbagliante,
lo scorrere lento di un fiume da ascoltare,
da riconoscere
l’attimo dello stupore.

Una torcia di paglia,
l’ondulato spegnersi del buio
mute aurore di sorprese e incanti;

di silenzi e parole
la malinconia.

Sui miei passi la foglia della luna,
seguendo la curva dei tuoi occhi
lo spegnersi di ori e turchesi,
un vociare di fiori negli sguardi smarriti.

La ragione delle cose che sfuggono,
in canti monocorde di retoriche
il frinire inutile delle cicale,
rileggendo versi in un cesto di crusca
fingendo d’esser dito sulle mappe.

Il senso delle cose inanimate,
come pietre
l’eterno limite delle rose già sbocciate,
un centro immobile di volontà ostinate,
un senso del “solo contro tutto”,
solo contro il nulla.

Nella terra in penombra
selciati stanchi di sabbia e vento,
stanca di coltivare violente fioriture,
l’immutabile desiderio che fende i prati a primavera:
uno strappo di danza e dolcezza e,
il richiamo di un sole che conosce
l’attesa delle tue mani.

E nelle tue mani, chiare e complicate,
l’insieme che opprime il tempo vuoto,
l’infinita solitudine di un bimbo smarrito.

Non fu solo battito d’ali
la terra sotto la tua ombra.
In piedi sulle tue palpebre
nulla di quel che resta
invecchiando insieme in pochi istanti.

Solo un pensiero vuoto
l’idea vagabonda di semi dispersi,

un grembo di terra e acqua gelata.

Outrage